É il primo incontro di arte terapia del gruppo, escludendo quello di presentazione del laboratorio di una settimana fa. É sabato mattina, le ragazze e i ragazzi arrivano puntuali, alle tredici. Sono in sei (mancano due ragazzi che non sono venuti per ragioni serie), hanno tra i dodici ed i sedici anni, entrano nella stanza, si siedono in modo molto composto, e restano in silenzio. Ho preparato una serie di cartoncini colorati e chiedo ad ognuno di loro (con l'aiuto dell'interprete) di scegliere un colore che gli piace e usare i cartoncini per creare la propria cartellina, dove metteranno i propri disegni, personalizzandola, colorandola, disegnandola... insomma rendendola propria secondo i loro gusti, usando i materiali che gli piacciono (ce ne sono molti tipi a disposizione).
Tutti i componenti del gruppo si avventano letteralmente sui giornali con le immagini da ritagliare, e quasi miracolosamente riescono a spartirsi quei pochi settimanali che sono disponibili nella stanza, senza alcuna discussione tra loro. Penso: certo, sono cresciuti in orfanotrofio, sono abituati a stare in gruppo e a spartirsi il poco che c'è... solo uno di loro sceglie la cartellina, ma non ritaglia figure dai giornali... scrive il proprio nome e poi, sotto, il nome di un ganghster e aggiunge 50 cent, spiega che quel ganghster vale 50 cent... poi si mette a tagliare a pezzettini una striscietta di carta, cupo in volto, con un'espressione da duro-arrabbiato.
Le tre ragazze ritagliano in prevalenza fiori, immagini di giardini, ma ognuna li compone in modo diverso, all'interno o all'esterno della cartellina, centrali, laterali, piccoli, grandi... guardandole penso che sì, forse a questa età sembrano volersi uniformare, hanno bisogno di riconoscersi tra loro come simili, ma forse il fare tutti le stesse cose gli è necessario per proteggere ai nostri occhi, intendo di adulti potenzialmente invadenti, il nucleo più autentico e profondo di sé e lasciarlo compiere in sordina un processo di sviluppo che è così delicato durante l'adolescenza...
Colui che non si uniforma, ha comunque la sua corazza di duro-arrabbiato, ma che dichiara fin da subito valere poco... è un ragazzo fiero, orgoglioso, con uno sguardo vivo e intelligentissimo. Gli dico che forse la sua intelligenza vale molto più del suo ganghster... lui ritaglia pezzetti di carta, impugna il taglierino, ma rimane sempre contenuto e composto e alla fine è il primo a prendersi cura dello spazio e ad avere l'iniziativa di rimettere tutto in ordine, mentre lo fa il suo viso è illuminato da un sorriso interno e la sua cupezza sembra svanire per un po'.
Uno dei ragazzi apre la cartellina e per un'ora, con calma e con cura, incolla figure di animali selvatici, tutte solo all'interno, e nella parte esterna, quella con cui si presenta l'involucro, scrive solo il suo nome.
Un'altro ragazzo, magrissimo e abbastanza piccolo per la sua età (13 anni) inizia a ritagliare e incollare foto di cibo, anche lui nella parte interna della cartellina. La prima immagine che utilizza è la foto di un barattolo di confettura dal colore rosso acceso, sopra incolla quella di una bibita densa color arancio intenso... a questo punto mi mostra il suo lavoro, è soddisfatto e cerca la mia approvazione... condivido che sarebbero buonissime quelle due cose. Lui continua a ritagliare immagini di cibo, soprattutto di conserve fatte in casa, il colore rosso è dominante, riempie quasi completamente l'interno della cartellina, sotto alcune conserve scrive il nome dell'alimento da cui derivano. Alla fine, nella parte esterna della cartellina, scrive in bosniaco e in italiano:
PROVVISTE PER L'INVERNO, in italiano sì, forse per dirmi a chiare lettere che ha bisogno di un cibo affettivamente nutriente, visti i tempi bui passati e in arrivo... Prima di uscire dalla stanza mostra a tutto il gruppo la sua provvista per l'inverno, e tutti confermiamo la bontà dei cibi che ha scelto e gli confessiamo quanto ci piacerebbe mangiare quelle cose...
Finchè una delle ragazze, con determinazione ferrea, dichiara: andiamo a mangiare! E tutti si alzano ed escono nella stanza vicina dove una cinquantina di persone, tra italiani (venuti a trovare i bambini che sostengono economicamente) e bambini bosniaci, stanno celebrando un compleanno e mangiando di tutto... un quarto d'ora dopo mi si avvicina il ragazzo delle provviste per l'inverno e mi abbraccia e mi bacia, per un attimo, con la tenerezza e il calore di bambino piccolo e tenerissimo...
Riflettendo adesso sull'esperienza penso che in certi casi noi occidentali dei paesi benestanti abbiamo un'idea un po' stereotipata degli orfanotrofi e dei bambini che ci vivono... forse i nostri adolescenti, quelli di casa nostra, hanno delle deprivazioni ben peggiori di tante ragazze e ragazzi dell'orfanotrofio di Tuzla... però sono deprivazioni meno concrete, di un genere invisibile... il gruppo che ho appena descritto ha espresso capacità e bisogni, soprattutto bisogni affettivi, chi più apertamente, come il ragazzo delle provviste per l'inverno, chi in modo più celato.
E credo che per esprimere così apertamente, come ha fatto questo ragazzo, il bisogno di nutrimento-amore, ci vuole coraggio, capacità di investire nella speranza, di avere fiducia... Riuscire a dividersi tre giornali in sei, in un tavolo troppo piccolo, senza discutere: ci vuole educazione, senso civile, capacità di cooperazione... oppure prendere un taglierino in mano, con una gran rabbia dentro, e non agire nessuna agressività verso gli altri, ma riuscire a simbolizzarla e poi a ricostituire l'ordine dopo il caos...
E gli animali selvatici? Guardando il collage sembrava veder emergere da un livello sotterraneo e profondo, una sorta di forza della natura, ricca, potente, di quella che si rigenera anche dalle distruzioni compiute dalle scempiaggini degli umani adulti... e poi ancora, la sensualità con la quale le tre ragazze hanno abbinato i colori dei fiori, delicata e sfacciata allo stesso tempo.
Cooperare, rispettare l'altro, tutte cose apprese in un orfanotrofio che dal punto di vista educativo, visti i risultati, è da considerasi migliore di tante famiglie cosiddette normali... Questi adolescenti hanno dimostrato se non altro la capacità di esprimersi, di parlare di sé, si sono esposti, e questo mi sembra già tanto per degli adolescenti. Ed è questo che mi fa pensare che vale davvero la pena lavorare con loro e sostenere le potenzialiotà che hanno... ed è anche per questo che sono qui in questo momento e non in Italia... è come se tra questi giovani ci fosse una maggiore possibilità di arrivare al “sodo”, di dire in un certo senso la verità senza girarci troppo intorno...
Nei nostri prossimi incontri dovrò trovare una buona misura nell'offrigli lo spazio del laboratorio espressivo e poter assaggiare una qualità della relazione che li aiuti a trovare quella fiducia, quel rispetto in sé, nel gruppo ed in me, che gli sono necessari per continuare a scoprirsi, e a scoprire, sé stessi e la propria ricchezza. Hanno espresso il bisogno di essere visti, di essere ascoltati senza essere invasi, senza che nessuno, in questo caso io, faccia progetti su di loro, è necessario che io li veda mantenendomi neutra, affinchè possano iniziare a riconoscere sé stessi e le proprie risorse.
Adesso il mio compito è di aiutarli a lavorare le loro materie prime ancora allo stato grezzo, fino a renderle delle sofisticate squisitezze... delle buone provviste per la vita, contro il rigido inverno.
Anna Scaramella